Titolo: L’isola delle pescatrici


Autore: Fosco Maraini


Editore: Leonardo Da Vinci, Bari


Anno di Pubblicazione: 1960, 1962², 1964³


Genere: Viaggi, Racconti


Collana: Piccolo orizzonte


Note: Copertina di Mimmo Castellano, cartine di Emilio Bianchi


*Questo libro é presente nella Libreria di Morgan*

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Dalla quarta di copertina:


Hèkura è una minuscola isola del Mare del Giappone dove vive una piccola comunità di “ama” (uomo-mare, donna-mare). Mentre gli uomini di questa comunità pescano con reti e pescherecci, le donne s’immergono nude fino a profondità di 20, 25 metri per raccogliere prelibati molluschi, frutti di mare, alghe commestibili. Fosco Maraini ha vissuto a lungo in quest’isola nel corso dei suoi viaggi in Giappone per girarvi un documentario cinematografico, ed ecco in questo volumetto, arricchito da una serie di splendide immagini, il racconto di quella singolare esperienza.


Una citazione dal Capitolo “Un dentice apre il cuore degli Ama”:

“....M’incantava quel mondo austero là sotto e volevo rimanervi fin quando il freddo me lo permettesse. E poi avevo visto un dentice che sembrava grosso e che navigava con solennità a mezz’acqua, come fanno questi pesci quando si avvicinano a riva. Lui naturalmente mi scorse subito, mi osservò a lungo anzi, senza fuggire; si contentava di dare qualche colpo di coda allontanandosi e rimanendo al sicuro. Seguendolo con mosse misurate per non impaurirlo riuscii a spingerlo verso un grosso faraglione sottomarino, una specie di torre isolata che sorgeva dal fondo ed arrivava quasi a bucare la superficie metallica dell’acqua. Allora presi tutto il fiato possibile nei polmoni e mi tuffai, aggirando in profondità la roccia, nella speranza di trovarmi a faccia a faccia con la preda. Il dentice invece ⎯ furbissimo ⎯ aveva capito l’inganno e stava procedendo, sempre con dignità e senza fretta, in tutt’altra direzione verso fondali verdi e misteriosi. Inaspettatamente, svoltando lo spigolo del torrione, mi trovai dinanzi altri animali. C’erano due pesanti budo (di quei pesci che da noi si dicono «corvi») proprio sotto di me, all’imboccatura d’una grotta irregolare; vedevo le schiene larghe, forti, lucide, nerastre degli animali quasi immobili, incerti sul da farsi. Sotto i budo, cinque o sei metri più giù, sul fondo del mare, stava un grosso polpo, direi anzi una piccola piovra. Il corpo turgido e carnoso mutava colore ad ogni istante, come invaso da ondate d’emozioni diverse; ora verdastro, ora giallo, ora quasi rosso, poi violaceo e di nuovo livido. Mi guardava fisso e l’emozione sprigionava dagli occhi sembrava quasi tangibilmente di odio. Intanto stendeva i tentacoli sottili e potenti, come un ladro afferra un gioiello deciso e felino, lungo le gibbosità della pietra; poi se ne scivolò più in basso rimanendo quasi nascosto dalle alghe. Era bastato un’attimo d’incertezza, mentre osservavo (ed ammiravo) il polpo, perché i budo fuggissero. Intesi nettamente per molti secondi le vibrazioni dei loro colpi di coda, un tambureggiare carnoso nel corpo del mare. Traversai allora un braccio di acque profonde: dopo ritrovai la scogliera quasi a picco. La tempesta d’argento della superficie in tumulto vista da sotto era indicibilmente bella. Ogni ondata ripeteva uno schianto di metallo e piogge di bollicine esplodevano verso il basso. Il frastuono di fuori mi raggiungeva appena; era un tumulto silenzioso; pura forma, delirio di luce. Uscendo da una nube di bollicine, che mi avevano impedito per un attimo di vedere dove mi trovassi, scorsi lontano, oltre delle spaccature, una coda. La riconobbi subito. Quella del mio dentice! Ero ormai stanco per aver combattuto a lungo con le onde, con l’acqua che penetrava nel tubo; presi il fiato che potei e m’immersi. Il fondo era vicino, forse quattro o cinque metri, e tutto irregolare. Se riuscivo a strisciare senza farmi vedere, fino al di là di quelle rocce, sorprendevo la preda. Avanti, avanti; pareva di non arrivare mai; ancora qualche metro con grande sforzo. Eccolo! Non s’è accorto di nulla! Scoccare la freccia; poi salire furiosamente, spasmodicamente alla superficie per riprendere aria senza guardare neppure il risultato del colpo. Che però fosse andato bene lo sentii subito; il fucile tenuto in mano tirava; la bestia doveva essere centrata in pieno.”

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Un immagine del volume aperto su una delle pagine (l’immagine è attiva).